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giovedì 28 novembre 2013

Firefly – se è un lavoro abbastanza sporco, lo facciamo noi!



Noi tutti siamo, costantemente, immersi nella nostra quotidianità. Severe abitudini scandiscono le nostre giornate ora dopo ora, minuto dopo minuto. Ma noi umani non siamo esseri banali o trascurabili per questo motivi. Gli obiettivi che ci prefiggiamo sono per noi come meravigliosi pianeti inesplorati da raggiungere con la nostra Astronave. I nostri cari sono il fedele equipaggio. Il nostro amore l'ospite da proteggere !



Oggi vi presento Firefly, serie televisiva western-fantascientifica di Joss Whedon (autore di Buffy – The Vampire Slayer), andata la prima volta in onda in USA e Canada nel 2002.
Questa serie ha letteralmente cambiato il mio modo di intendere la fantascienza. Interrotta la serie dalla FOX al quattordicesimo episodio perché “non riusciva a raggiungere i numeri”, ha lasciato comunque il segno nei cuori e nelle menti di moltissimi appassionati del genere.

Come solo le grandi opere, ciò che sorprende di questo telefilm, più che la trama in se, è l’ambientazione: un unione bellissima ed armoniosa di western e fantascienza.
Le leggende narrano che centinaia di anni fa, il pianeta terra era diventato invivibile per  inquinamento e mancanza di risorse. L’umanità si diresse verso altre galassie, occupando e colonizzando decine e decine di pianeti. La galassia colonizzata dall’Uomo, però, è subito colpita da una sanguinosa guerra civile: i pianeti centrali, più ricchi e pragmatici, si oppongono alle rivendicazioni di indipendenza dei pianeti periferici. Vediamo quindi una guerra tra l’Alleanza e gli Indipendenti, che si conclude, purtroppo, con la vittoria dell’esercito centrale.
Malcom Reynolds, ex colonnello dell’esercito indipendente, dopo la sanguinosa e persa battaglia della Valle di Serenity, decide di cambiare vita, compra un astronave mezza scassata (un vecchio tipo di Firefly), la chiama Serenity, e mette insieme un improbabile equipaggio per darsi alla vita dell’avventuriero.
L’equipaggio della Serenity svolge incarichi più o meno legali in tutta la galassia. Accordandosi con delinquenti e trafficanti nei peggiori bar di Caracas, Reynolds ed il suo gruppo consegnano merce di dubbia provenienza tra un pianeta indipendente e l’altro. Mai avvinarsi ai pianeti centrali, potrebbe essere pericoloso.
Tutto scorre tranquillo finchè Reynolds non si imbatte in un carico un po’ troppo sui generis. Trattasi di River, ragazza prodigio rapita dall’Alleanza molti anni prima e sottoposta Dio solo sa a quali esperimenti. Lei e suo fratello, il medico Simon, sono in fuga dall’Alleanza da anni ormai. Reynolds ci pensa e, forse cercando una rivincita dalla valle di Serenity, decide di aiutarli a patto che non combinino troppi guai.Simon viene reclutato come medico di bordo e River… beh River mostrerà i suoi veri poteri più in la.
E cosi cominciano le avventure della Serenity negli angoli più oscuri e malfamati dell’universo. Bisogna stare attenti quando si naviga in zone non molto battute, le navi dei Reavers (uomini resi folli dalle oscurità del vuoto, diventati bestie cannibali assetate di sangue) potrebbero spuntare da un momento all’altro !
Un’ambientazione memorabile, personaggi molto ben caratterizzati, musiche avvincenti rendono questa serie un vero gioiello sci-fi da non perdere.

Sia a me, che a Sheldon di The Big Bang Theory, non è andata giù che la FOX l’abbia interrotta cosi ma, tra film e fumetto, ci consoliamo come possiamo!

Niccolò Helan Savoia

domenica 24 novembre 2013

L'incognita dei Grendel - un Urania "sociale"



Mi capita spesso di pensare a come la società in cui viviamo sia importante, ma altrettanto precaria. Se smettessimo di collaborare, di fare le cose insieme, il mondo cambierebbe. Il mondo stesso diverrebbe un incubo di solitudine senza fine. Mi vengono in mente i dipinti dei villaggi appestati di Kittelsen, ma non divaghiamo !
Il punto è un altro: essere disponibili verso l’Altro è l’unico modo che ha questa società di andare avanti, senza pensare solo a se stessi.


A volte, nostro malgrado, ce lo dimentichiamo



Oggi vi presento “L’incognita dei Grendel” (The Legacy of Heorot), romanzo Urania del 1987 scritto da ben tre autori : Niven, Pournelle e Barnes.
Questo romanzo è l’esempio lampante di come la società (intesa come centro di aggregazione e di collaborazione tra pari) è importante per la sopravvivenza di tutti.
La vicenda è ambientata a Tau Ceti IV, pianeta vergine e pieno di risorse dove una piccola colonia di esseri umani si è appena insediata. La zona prescelta per l’arrivo è una piccola isola di fronte ad un grande continente. Tutti lavorano sodo, e la totale mancanza di pericoli e di minacce (trattasi sembra di un pianeta privo di esseri senzienti e predatori pericolosi) rende tutto più facile.
Cadmann Weyland, copilota e (pare) unico membro militare della spedizione, viene presto emarginato. La totale mancanza di minacce per il gruppo umano rende la sua figura inservibile, inutile, obsoleta. Qualcosa di cui potersi prendere gioco.
Nel frattempo Cadmann nota alcuni eventi strani. Una recinzione danneggiata, un cane scomparso. Nulla di preoccupante per gli altri (“Cadmann, amico mio, sei paranoico!”) ma non per il protagonista. Egli prova, costantemente e tenacemente, a convincere gli altri a migliorare le difese del campo, a girare armati, a piazzare qualche mina. Ma nessuno sembra ascoltarlo, perché l’uomo importante ora è il contadino, l’operaio. Colui che produce. Ed il soldato non serve più.


Tutti quanti comprenderanno quanto stupido ed imprudente sia stato non dare retta a Cadmann.


L’incognita dei Grendel è un Urania molto intrigante. Il Mostro, l’Alieno, la minaccia contro la colonia è solo un contorno di una storia che ha un se molti elementi sociali di cui tener conto. Il libro cerca di trasmetterci, a mio avviso, un semplice insegnamento : ascoltare l’Altro è importante, e può salvarti la vita !!!


In questo caso in senso letterale !


P.S. Se volete procurarvi questo Urania potete trovarlo su Ebay (il prezzo non è praticamente cambiato dagli anni 80!)



Niccolò Helan Savoia

mercoledì 20 novembre 2013

Cyberpunk 2077 – cosa avrà in serbo per noi la CD Projekt Red?



La fantascienza che caratterizzava molti racconti Urania, che leggevo da ragazzo, per lo più si incentrava su mondi proiettati nel futuro, interessanti e diversi dal nostro perché lontanissimi dall’attualità, in cui uomini ed alieni spesso e volentieri erano compagni e colleghi nelle galassie e vi erano tecnologie impensabili.
Però non mancavano anche i racconti tetri, oscuri e decadenti, in cui l’uomo aveva attraversato una “involuzione” e non aveva saputo far crescere, accanto alle tecnologie, anche i suoi valori.
Quelli erano i miei preferiti.




Oggi vi presento Cyberpunk 2077, un gioco in fase di sviluppo creato dalla CD Projekt Red, già conosciuta sul mercato per The Witcher e The Witcher 2.
Si sa pochissimo su come sarà il gameplay, ma i ragazzi della CD hanno comunicato molto sull’ambientazione e l’atmosfera. Forse perché sanno che è, sicuramente, il vero punto di forza di questo titolo.
Il videogame, che prende spunto dal gioco di ruolo Cyberpunk 2020, è ambientato a Night City, città futuristica ed in decadenza. Quanto ho letto mi ha subito fatto venire in mente
 AKIRA per la somiglianza tra le due città.
La società, grazie alle tecnologie avanzatissime del 2077, consente a chi ha abbastanza crediti di poter usufruire di due “servizi”: il potenziamento umano e la braindance.
Il potenziamento umano consiste in innesti cibernetici e/o meccanici all’interno dell’organismo che dovrebbero, si crede, renderlo più resistente, più forte e più letale. Sono possibili per chiunque abbia la disponibilità economica necessaria. Il lato negativo è che, forse per il loro effetto psicofisico sui soggetti,  questi potenziamenti creano una forte dipendenza. Non si riesce a smettere di trasformarsi, e si rischia di superare il limite dell’umano e diventare qualcos’altro.
La braindance è una particolare pratica che permette, usufruendo di un potenziamento pre-installato nel cervello, di vivere le esperienze di un’altra persona, che vengono caricate sul tuo cervello e tu assumi il “ricordo” e le “emozioni” vissute in quella determinata circostanza, da quella persona a te estranea. Posso con orgoglio affermare che nei cinema italiani già si era parlato di qualcosa di simile (vi invito a visionare Nirvana di Gabriele Salvatores). Il lato negativo, pressoché oscuro di questa pratica è che, aldilà dei dibattiti etici-morali, alla gente piace. Piace troppo e non ci si accontenta di vivere, ad esempio, l’esperienza di un paracadutista seduti comodamente a casa propria. Si vogliono cose più malate ed oscure.
È infatti possibile trovare, nel mercato di contrabbando, braindance che riproducono esperienze di criminali, assassini e serial killer.
Sulla braindance hanno puntato moltissimo gli autori del gioco, credo infatti che sarà al centro della narrazione. Forse ciò che abbiamo visto nel trailer era proprio una braindance di quella donna. Ma non si sa, per ora.
Queste due tecnologie hanno sullo sfondo una città, un paese, profondamente colpiti da una crisi economica. Ci sono pochissimi ricchi e veramente troppe, troppe persone che muoiono di fame. Ciò causa perenni scontri e malcontenti nelle strade, che spesso sfociano nel sangue.
Ciò che mi colpisce di questo titolo è la sua attualità. Sicuramente non è un termine del tutto appropriato ma è quello che si addice di più, a mio avviso.
Se pensate ai Reality, all’esagerazione della chirurgia plastica (negli USA viene praticata anche su ragazzi e bambini piccoli), alla “crisi”, potremmo trovare delle similitudini quanto meno tra il nostro mondo e Night City, non trovate?
Purtroppo non si sanno ancora né l’uscita, né la piattaforma sulla quale sarà lanciato questo videogioco, ma vi assicuro che vi terrò informati. Nel frattempo voi visitate il sito internet www.cyberpunk.net

Niccolò Helan Savoia

domenica 17 novembre 2013

Oculus Rift - Il futuro è già arrivato ?

Quante volte, giocando agli antichi giochi in pixel della mi infanzia, mi sono soffermato a pensare a quanto sarebbe bello poter essere "nel" gioco. Essere direttamente noi l'eroe, il soldato, il protagonista del nosto videogioco preferito. Passavamo serate con gli altri a fantasticare su questa cosa, concludendo che, per fortuna, il "virtuale" sarebbe giunto quando noi avremmo avuto 40-50 anni, quindi ancora in grado di apprezzarlo a pieno!

Ma dando un occhiata alla Rete nelle ultime settimane, mi sono chiesto: è se il futuro fosse già arrivato ?



Oggi volevo parlarvi dell'Oculus Rift, marchingegno in fase di sviluppo presso la Oculus VR, che permette di giocare ad un videogioco avendo il nostro campo visivo oculare integrato nell'ambientazione videoludica.
Mi spiego meglio : trattasi di uno schermo che viene montato tramite delle cinte elastiche direttamente sul capo, come un occhiale con cuffie integrate, ed al suo interno lo schermo proietta l'immagine di gioco. Lo schermo è diviso in due, per permettere l'integrazione con i nostri occhi. Inoltre, solo girando la testa il nostro personaggio potrà guardarsi intorno.
Da quanto vedo su youtube negli ultimi tempi, molte persone,  anche italiane, hanno potuto provare il prototipo dell'Oculus Rift.
I pareri, per fortuna, sono stati unanimi: esperienza di gioco evolutiva e veramente coinvolgente, ma cattivi effetti collaterali.
Girando la testa continuamente, ma continuando ad effettuare le azioni con il Pad, il giocatore dopo pochi minuti soffrirà di giramenti di testa e conseguente nausea. Questi effetti collaterali si intensificano poi quando smette di giocare e deve riabituarsi a vedere normalmente.

Il problema di fondo, secondo me, è proprio l'idea di base dell'Oculus. Se tu costringi il giocatore a girare continuamente la testa, rimanendo fermo con tutto il resto del corpo, è naturale che potrà reggere solo cinque, massimo dieci minuti.
A mio avviso, quindi, sarebbe opportuno sviluppare prodotti del genere attraverso idee differenti. Ad esempio, facendo agganciare il giocatore in un apparecchio virtuale completo (una impalcatura), che faccia girare non solo la testa ma tutto il giocatore (come dovrebbe realmente accadere).
Certo, è facile giudicare il lavoro degli altri ma non dimentichiamoci mai che la tecnologia e l'intelligenza ce l'abbiamo
Signori, l'uomo è stato sulla Luna. Ed erano gli anni 60, buon Dio !

Concludendo, ritengo che ci si debba impegnare in maniera differente. Il futuro virtuale del gaming dovrà aspettare ancora un pò.

Solo un altro pò!


Niccolò Helan Savoia

giovedì 14 novembre 2013

Serial Experiments Lain – dovunque si trovino, le persone sono sempre connesse



Ogni tanto mi piace trascorrere secondi, interi minuti, a pensare alle vecchie amicizie virtuali che ci lasciamo alle spalle.
Noi, classe 1987, abbiamo avuto un approccio con la “chat” e con il virtuale molto lento, ma inesorabile. Dai primi programmi integrati col Pc al Live Spaces, da Myspace a Netlog, Facebook. Noi abbiamo scoperto man mano che, dietro la quotidianità, dietro i colori del mondo si nasconde, forse da sempre, una realtà ben più diversa. Il Wired, il mondo virtuale, il mondo in cui tutti noi possiamo essere quello che non siamo, e quello che forse non saremo mai. Un mondo apparentemente senza regole, senza punizioni, senza dolore.
Passando sempre più tempo sul pc, con la 56k che fumava ed il modem che sembrava un nugolo di vespe inferocite, ci siamo lanciati in questo mondo senza freni, cercando l’amico, il sesso, l’amore.
Alcuni di noi si sono persi, altri ne sono usciti, altri sono ancora li. Io ho conosciuto molte persone in chat, e la velocità sui tasti la devo proprio a questo. Alcune di queste persone le sento sporadicamente, di altre ho perso ogni traccia. E mi sorprende pensare a come certe persone le ho idealizzate, e quanto pochi, labili ricordi possano essere ancora lucenti e colmi di significato.

Mi piace fantasticare ancora che, se mi mettessi al pc ed entrassi in chat, le troverei ancora li, come quei giorni.

Come se non mi avessero mai abbandonato.




Oggi vi presento serial experiments lain, anime che ha letteralmente sconvolto la mia esistenza, sicuramente uno dei miei preferiti.

Malinconico, coinvolgente, criptico ma allo stesso tempo mostruosamente chiaro, questo anime è frutto della mente di Yasuyuki Ueda e Yoshitoshi ABe, quest’ultimo uno dei miei autori preferiti, di cui forse un giorno vi parlerò.
Il racconto è ambientato in una città del Giappone nel nostro tempo, con la differenza che la tecnologia legata al social network  ha raggiunto un livello elevatissimo, consentendo mediante dei particolari personal computer, i NAVI, l’accesso ad una vera e propria realtà virtuale, il Wired. Nel Wired si può essere un avatar a piacimento, e si ha l’illusione di poter fare qualunque cosa.
La trama narra, in chiave particolarissima e squisitamente cyberpunk, le vicende di una giovane ragazzina, Lain Iwakura, che si ritrova coinvolta in fatti apparentemente inspiegabili.
La storia inizia con l’inspiegabile suicidio di Chisa, una ragazza della stessa scuola di Lain, fatto che impressiona molto le compagne di classe. Lain, una ragazzina molto introversa che vive con passività l’assenza di rapporti sociali con le altre ragazze, viene a sapere che sui NAVI delle compagne arrivano diverse mail proprio dall’account di Chisa, fatto inspiegabile e parecchio inquietante. Lain decide di riattivare il suo vecchio NAVI per dare un occhiata alla Rete, e riceve una mail…
Da li comincia per lei un odissea di rivelazioni sconvolgenti e mezze verità. Lain capisce che le sensazioni aliene che le da la realtà che la circonda hanno un significato più profondo della sua semplice sociopatia. Comprende i giochi di potere che si nascondono dietro la realtà Wired, le vette ignote e pericolosissime raggiunte dalla tecnologia segreta ed il suo ruolo, sorprendente, in tutto questo.
Questo anime, a mio avviso, è capace di catturare totalmente l’attenzione dello spettatore, catapultandolo in un gioco allucinante, ed a volte parecchio strano, di narrazione. Lain, personaggio doppio, trino ed infine Uno, è dotato di un carisma eccezionale. Credo che non siano in pochi coloro che si sono autenticamente innamorati di lei.
Non sono un critico cinematografico, ma posso dire con certezza che le vicende e la struttura narrativa dell’anime in questione, che conta 13 episodi, sarebbero degni di un film di David Lynch, con sorprendente rivelazione finale.
Anche se, con grande sforzo, devo ammettere che serial experiments lain non è esente da difetti, in particolare nel campo tecnico. In molte occasioni ho storto il naso di fronte alla qualità dei disegni, a volte discreti nell’ambientazione, ma parecchio deludenti nel design dei personaggi. Diciamo che questo anime avrebbe davvero bisogno di un restyle in chiave Neo Genesis Evangelion, ma ciò sicuramente rovinerebbe l’opera, che è ormai completa e perfetta anche nelle sue imperfezioni. Molto interessanti gli intermezzi documentaristici dove vengono descritte fasi più o meno oscure dell’evoluzione della tecnologia umana, con collegamenti ad alieni, progetti top secret e tecnologie d’avanguardia del passato. Il doppiaggio italiano, infine, è di buona qualità.

Questo anime ve lo consiglio caldamente, non solo perché bello, ma anche perché sinceramente cambierà il vostro modo di vedere i personal computers.

Ora devo andare, ho ricevuto una strana mail…


Niccolò Helan Savoia